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L'intervento ha consentito un parziale recupero della vista a due donne cieche, ma soprattutto l'impianto sulle retine ha avuto una crescita regolare senza rigetto. Il report pubblicato su Lancet


Cellule staminali, primo test su uomo "Risultati positivi, non ancora cura"  
NEW YORK - Due donne affette di una grave forma di maculopatia hanno avuto un parziale recupero della vista dopo essere state sottoposte a cure sperimentali con cellule staminali embrionali. Si tratta della prima e più importante applicazione di questa scoperta sugli esseri umani, ad un decennio dalla scoperta del potenziale delle staminali embrionali.

"Questo studio è incoraggiante, ma è prematuro dire che abbiamo trovato una terapia", ha detto Paul Knoepfler dell'Università della California a Davis. La scorsa estate, le due pazienti - che avevano perso la vista per due problemi diversi - hanno ricevuto un impianto retinico in un occhio all'Università di Los Angeles. Dopo quattro mesi, entrambe mostravano segni di miglioramento. "Ma - avverte Paul Sternberg, presidente dell'American Academy of ophthalmology - non bisogna esagerare la portata della scoperta". Le due donne hanno mostrato segni di miglioramento, ma continuano a essere considerate legalmente cieche.

La ricerca, finanziata da Ucla e Advanced cell technology, è stata pubblicata online dall'autorevole rivista scientifica The Lancet 1 ed era mirata a stabilire se l'uso di cellule staminali sugli essere umani fosse sicuro. Quello che interessava i ricercatori era verificare se le cellule impiantate si fossero attaccate alla membrana dell'occhio e che non ci fossero segni di rigetto o di crescita anomala. A distanza di quattro mesi dall'intervento, le risposte a questi interrogativi sono state positive. Il prossimo obiettivo della ricerca sarà di sperimentare la cura con le staminali nelle fasi iniziali della malattia per verificarne i benefici sulla visione centrale.

Il metodo utilizzato dai ricercatori consiste nel prelievo di cellule sane immature da un embrione umano, queste vengono poi manipolate e spinte a formare le cellule che rivestono la parte posteriore dell'occhio, la retina. L'occhio è uno degli organi privilegiati per questo tipo di esperimenti perché 'immunoprivilegiato', nel senso che di solito non produce una forte reazione immunitaria. In entrambi casi, nelle pazienti, non ci sono stati effetti collaterali indesiderati come lo sviluppo di tumori o la sovrariproduzione delle staminali.

Trial relativi alla stessa tecnica sono iniziati anche al Moorfields Eye Hospital di Londra, ma gli esperti avvertono che passeranno ancora anni prima che questi trattamenti siano testati e dichiarati sicuri ed efficaci.

La notizia della scoperta viene appena due mesi dopo che Geron Corporation, azienda pioniere nella ricerca sulle cellule staminali, aveva annunciato di aver interrotto il primo test clinico con staminali.
fonte:http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2012/01/24/news/cellule_staminali_primo_test_su_uomo-28659013/?ref=HREC2-2

Patto di quota lite illegittimo se non proporzionato all’esito
Cassazione civile . SS.UU., sentenza 19.10.2011 n° 21585 (Maria Elena Bagnato)

E’ illegittimo l’aumento del compenso richiesto in virtù del patto di quota lite, se sproporzionato rispetto all’impegno del professionista ovvero al risultato positivo della controversia.
E’ quanto disposto dalle Sezioni Unite Civili, Corte di Cassazione, nella sentenza 27 settembre-19 ottobre 2011, n. 21585.
Il caso di specie riguardava un avvocato che aveva impugnato dinanzi alla Corte di Cassazione la decisione con la quale il Consiglio Nazionale Forense, in parziale riforma della pronuncia del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Trani, gli aveva comminato la sanzione della censura in luogo di quella irrogata dal COA della sospensione dalla professione forense per due mesi. L'addebito contestato riguardava la violazione dell'art. 45, p.1, del Codice Deontologico Forense, perché il professionista aveva concordato  con il proprio assistito, in aggiunta al compenso previsto, un supplemento ulteriore, non contenuto in limiti ragionevoli, nè giustificato dal risultato conseguito, in riferimento alla domanda introduttiva.
Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente ha denunciato la nullità del procedimento a causa del mutamento della composizione del COA al momento di adottare la decisione, rispetto a quella esistente alla prima udienza, nonché l’"omessa o erronea o contraddittoria valutazione delle risultanze probatorie".

La Suprema Corte ha condiviso la decisione del Consiglio Nazionale Forense, che ha giudicato inammissibile l'eccezione relativa al mutamento del Collegio in quanto non dedotta nel corso del procedimento amministrativo ed infondata perché a tale procedimento non si applica il principio dell'immutabilità del collegio giudicante. La pronuncia impugnata, ha sposato l’ermeneutica precedentemente espressa dalla Cassazione, secondo cui: “In tema di procedimento disciplinare a carico di avvocati, la censura di irregolare composizione del Consiglio dell'ordine per mancata rituale convocazione di tutti i membri dello stesso, ove la relativa eccezione non sia già stata sollevata nel corso del procedimento disciplinare dinanzi al medesimo Consiglio dell'ordine, non può essere dedotta, come motivo di impugnazione, dinanzi al Consiglio nazionale forense, né, tanto meno, per la prima volta, dinanzi alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione” (Cass. S.U. 4 maggio 2004, n. 8431; 6 luglio 2005, n. 14214 e 28 ottobre 2005, n. 20997).

Ad avviso dei giudici di Piazza Cavour, è parimenti inammissibile la richiesta di una revisione da parte del giudice di legittimità degli accertamenti in punto di fatto e delle valutazioni delle risultanze processuali operate dal Consiglio Nazionale Forense ed è, quindi,  atteso che le stesse Sezioni Unite hanno già statuito che : “Le decisioni del Consiglio Nazionale Forense in materia disciplinare sono impugnabili dinanzi alle Sezioni Unite della Corte di cassazione, ai sensi dell'art. 56, terzo comma, del r.d.l. 27 novembre 1933, n. 1578, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 gennaio 1934, n. 36, per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge, nonché, ai sensi dell'art. 111 Cost., per vizio di motivazione: tale vizio, peraltro, deve tradursi in omissioni, lacune o contraddizioni incidenti su punti decisivi, dedotti dalle parti o rilevabili d'ufficio, sicché risultano inammissibili le doglianze con cui il ricorrente intenda far accertare in sede di legittimità i presupposti integranti una situazione di necessità, scriminante, in presenza della quale il medesimo non avrebbe potuto non tenere il comportamento censurato dall'organo disciplinare, risolvendosi in accertamenti in punto di fatto e valutazioni delle risultanze processuali che non possono essere oggetto di controllo in sede di legittimità” (Cass. S.U. 4 febbraio 2009, n. 2637).
Inoltre, la Cassazione si è pronunciata sul concetto di proporzionalità del corrispettivo preteso dal ricorrente, argomentando cheesso deve essere individuato tenendo conto dell’attività professionale svolta e del risultato conseguito.
In effetti, le Sezioni Unite hanno ritenuto che il compenso aggiuntivo, richiesto dal professionista, in caso di esito favorevole della causa di risarcimento danni,  non deve essere tale da rappresentare una ingiustificata richiesta, a favore del difensore, dei vantaggi economici derivanti dalla vittoria della lite (Cass. 13 maggio 1976, n. 1701), in quanto ciò si pone in palese violazione del divieto del patto di quota lite (secondo la vecchia formulazione dell'art. 45 del Codice Deontologico Forense, applicabile alla fattispecie in oggetto).
La rilevanza economica del compenso pattuito in relazione al valore della lite è stata ritenuta, con congrua motivazione, come evocativa di un vietato "patto di quota lite" e la valutazione del collegio è insindacabile in sede di legittimità. Per tali motivi, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso del professionista, confermando la pronuncia del C.N.F.
(Altalex, 16 novembre 2011. Nota di Maria Elena Bagnato)

ricercato da Stasi Domenico
La home page del sito sotto accusa

La registrazione al sito diventa un contratto
Raggirati migliaia di cittadini italiani 


Protagonista della vicenda la Estesa Limited, società che gestisce il sito italia-programmi.net, dal quale è possibile effettuare download di software comuni. Nonostante l'intervento dell'Antitrust e l'interessamento delle forze dell'ordine, le segnalazioni degli utenti si sono moltiplicate. 'Colpito' anche il Garante Antonio Catricalà
Sembra una semplice registrazione a un sito internet. Come se ne fanno tantissime ogni giorno. E invece è un contratto a pagamento. Novantasei euro all’anno per l’esattezza, da corrispondere in anticipo. A effettuare l’abile raggiro è la Estesa Limited, società che gestisce il sito italia-programmi.net, dal quale è possibile effettuare download di software comuni. A cadere nella trappola, migliaia di cittadini che hanno segnalato, guidati dall’associazione di consumatori Aduc, il fatto all’Antitrust. Il quale già dalla fine di agosto ha ordinato alla società di cessare l’invio di solleciti di pagamento agli utenti che avevano involontariamente sottoscritto il contratto. Ed ha anche investito della vicenda la Polizia Postale, la Procura della Repubblica e la Guardia di Finanza. A quanto pare, senza ottenere risultati, perché negli ultimi mesi le denunce dei cittadini raggirati, anziché diminuire, si sono moltiplicate esponenzialmente.

Il metodo attuato dalla Estesa Limited, società con sede alle Seychelles, è ben descritto nel provvedimento punitivo adottato dall’antitrust. Gli utenti finiscono nel sito dopo aver digitato su Google il nome del software che intendevano scaricare accanto alla parola ‘gratis’. Qui, viene loro richiesto di compilare il modulo con i dati personali. “L’indicazione dell’onerosità – si legge sulla delibera del garante – è indicata, nella pagina di registrazione, in caratteri molto piccoli sulla destra dello schermo e poco visibili essendo in colore grigio chiaro su fondo bianco”. Allo stesso tempo, al cliente si chiede di accettare le “condizioni generali di vendita”, che riportano l’indicazione della natura onerosa del contratto. Peccato che il link corrispondente riporti solo l’acronimo “CGV”, contribuendo alla confusione mentale già creata nel cliente.

Subito dopo questo passaggio, il cliente riceve una mail con i dati utili per effettuare il login. Una mail che non contiene il benché minimo riferimento alla stipula di un contratto a pagamento. Ma che, allo stesso tempo, fa partire i dieci giorni utili ad esercitare il diritto di recesso dal contratto. Del quale, ovviamente, non si avvale quasi nessuno, in quanto pochissimi se ne accorgono. Ed è in questo momento che parte la seconda fase della pratica commerciale scorretta (così l’ha definita l’Antitrust). Il cliente è sommerso di solleciti di pagamento. Minacciando da subito le vie legali. Per semplificare: o paghi subito o finisci dal giudice. Insomma, un bombardamento psicologico che, secondo il Garante, induce anche chi è convinto di non aver voluto stipulare il contratto a pagare per evitare l’esborso di inquantificabili maggiori spese. Ed infine, ciliegina sulla torta, la società minaccia persino di adire la magistratura penale. Cosa del tutto impossibile, perché il mancato pagamento di un credito non è reato, ma solo inadempimento contrattuale, impugnabile al massimo dinanzi al giudice civile.

Una procedura quindi che, secondo il Garante, viola quattro articoli del Codice del Consumo, sia per i “profili di ingannevolezza” che assume la fase di stipula che per “l’aggressività” delle condotte con la quale la Estesa sollecita il pagamento. Per questo l’autorità ha ordinato ai gestori del sito di non pubblicizzare i loro prodotti su Google Adwords, di rendere graficamente più chiaro il fatto che si tratti di servizi a pagamento e soprattutto di cessare l’attività di solleciti per gli utenti che si dichiarano ignari della natura onerosa della registrazione. Prescrizioni solo in minima parte rispettate dalla Estesa, che oltretutto non ha presentato memorie difensive nell’ambito del procedimento amministrativo e, a quanto pare, non ha nemmeno voluto impugnare al Tar Lazio il provvedimento.

Si legge sul sito ufficiale dell’Aduc, ad esempio, che le modifiche che esplicitano sul sito il costo del servizio operano solo “in orario lavorativo e non di sera, quando gli uffici dell’Antitrust sono chiusi”. E soprattutto, l’invio di fatture e solleciti è proseguito senza freni. Alcune settimane fa, è stato addirittura lo stesso presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà a riceverlo. Tanto che lo stesso ha pensato di segnalare la vicenda a Striscia la Notizia, che ha realizzato un servizio trasmesso nella puntata dello scorso 15 ottobre.

Nulla di fatto. La Estesa non demorde, i cittadini continuano a denunciare all’Autorità. Che non può far altro che trasmettere comunicati nei quali ricorda che i solleciti di pagamento sono inviati “in palese violazione della delibera adottata il 25 agosto”. Non è infatti nelle competenze del Garante dire ai raggirati se pagare o meno la fattura ricevuta. A quello però ci pensa l’Aduc, che tranquillizza tutti, consigliando di ignorare ogni richiesta di pagamento. Un po’ più complicato sarà, per quelli che in preda al panico hanno eseguito il pagamento, recuperare le somme. Non sarà facile rintracciare una società che pur operando in Italia, si rintana dietro una sede alle Seychelles.

Scarica la sentenza: www.agcm.it

FONTE : http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/02/la-registrazione-al-sito-diventa-un-contratto-raggirati-migliaia-di-cittadini-italiani/167943/


ricercato da Stasi Domenico




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Qualche giorno fà ci è giunta in redazione una lettera di un cittadino ruvese,che colpisce in modo particolare non solo per il contenuto ma perchè invita a riflettere su una tematica non nuova ma di certo sempre molto attuale che è quella della DISCRIMINAZIONE.
Vi riporto di seguito il testo integrale,ma prima voglio lanciarvi una provocazione:
È possibile che nel 2011 ancora si tocchino con mano realtà di questo genere,che offendono la dignità e l’intelligenza dell’uomo?
OGGETTO:segnalazione di violazione di norme legali e materiali.
Il proprietario di uno stabile sito in via Paisiello,qui a Ruvo,si è adoperato pochi mesi addietro nella costruzione di un soppalco abusivo, all’interno di un garage, in cui terzi depositano probabilmente a pagamento, la propria auto. Fin qui forse non ci sarebbe nulla da obiettare, ciò che invece suscita obiezione e sdegno insieme è l'USO che poi se n’è fatto:
 il soppalco è stato adibito ad abitazione e probabilmente ceduto in fitto ad un gruppo/famiglia di rumeni che,dopo accurate indagini e osservazioni,annesse a delle ovvie deduzioni presumo che lavorino anche alle dipendenze del c.d.afffittuario (nelle sue proprietà) e svolgono altre mansioni su richiesta e per conto dello stesso come la pulizia scale del condominio in questione (che ho potuto constatare io stesso),eventualmente non regolarmente assunti.Ma c'è di più..l’assenza di finestre e la presenza di un cancello scorrevole con un evidente lucchetto traggono in inganno dando l’idea,guardandolo dall’esterno,che si tratti di un garage,e presumo che trattandosi di un soppalco di pochi metri quadrati,manchi di servizi igienici adeguati e impianti a norma.
A questo punto credo che entrino in ballo alcune questioni fondamentali:
1.la salvaguardia della sicurezza materiale della struttura dello stabile,minata da lavori eseguiti in “fai da te”,da gente PRIVA DI REQUISITI PROFESSIONALI;

2.la salvaguardia della sicurezza personale di tutti i condomini;
3.la salvaguardia della dignità umana di questi poveri uomini
che,non solo vivono lontano dal proprio paese,con tutti i disagi e le sofferenze annesse a questa condizione,ma si ritrovano per giunta costretti a vivere in condizioni davvero disumane,nascosti in un bugicattolo senz’aria,sfruttati e denigrati quotidianamente!Spero che le autorità competenti intervengano quanto prima non tanto perchè sono in ballo delle violazioni di tipo materiale(oggi,purtroppo all'ordine del giorno)ma soprattutto perchè sono in ballo delle vite umane,vite di uomni e donne che meriterebbero di vivere più degnamente.
Grazie.

Cosa c'è nella scatoletta?  Greenpeace dà il voto al tonno    Il tonno in scatola è un prodotto abituale nel carrello della spesa degli italiani ma pochi sanno cosa c'è davvero nella scatoletta. Il rapporto di Greenpeace "I segreti del tonno" dimostra che il consumatore è male informato, perché i dati in etichetta sono ancora troppo pochi.

L'indagine. L'associazione ambientalista ha monitorato nei mesi di settembre e ottobre oltre duemila scatolette in 173 punti vendita in tutta Italia. Dei marchi monitorati - 22 in totale, che coprono quasi tutto il mercato italiano - fanno parte sia quelli dei giganti della grande distribuzione, come Coop, Auchan, Carrefour, Esselunga e Conad, sia quelli di aziende private. Sono state prese in considerazione varie tipologie di prodotti (come tonno all'olio d'oliva, al naturale, etc.), sia in lattina che in vasetti di vetro. I volontari hanno quindi registrato le informazioni presenti sulle etichette. Il risultato? Secondo Greenpeace "quando un consumatore mette nel carrello della spesa una scatoletta di tonno non sa davvero cosa compra". Nel 52% delle lattine analizzate non viene indicata la specie di tonno e l'unica informazione fornita è un generico "ingredienti: tonno". Quando la specie è riportata in etichetta viene descritta con il nome comune, mentre quello scientifico viene usato solo nel 12% dei casi. "Pochi ci dicono da dove arriva - continua Greenpeace -  nel 93% delle scatolette non vi è alcuna indicazione dell'area di pesca. Solo AsdoMar, Donzela, Coop e in parte Mareblu indicano chiaramente da che oceano viene il proprio tonno. Il metodo di pesca è indicato solo nel 3% delle etichette, mentre nessuno specifica la data di cattura".

GUARDA LA TABELLA 1

Cosa dice la legge. L'Unione europea non richiede una particolare etichettatura per il tonno in scatola. Le conserve possono essere vendute con una scritta generica "tonno" per identificare diverse specie commerciali, come il tonno alalunga, obeso, pinna gialla o il tonnetto striato. Per i prodotti ittici freschi in Italia vi è l'obbligo, dal 2002, di indicare nome comune e scientifico, metodo di produzione e area di origine: questo però non riguarda i prodotti "in scatola". Il nuovo regolamento europeo 2, pubblicato da pochi giorni sulla gazzetta ufficiale Ue, stabilisce nuove regole in materia di etichettatura degli alimenti trasformati e non. Tra questi dovrebbero esserci anche le conserve di tonno, ma non è ancora chiaro come ciascuna filiera alimentare si adatterà a tale normativa e si attendono i vari decreti attuativi. Se applicata a questo comparto, la nuova norma obbligherebbe le aziende a specificare almeno la provenienza del tonno utilizzato.

I punti oscuri. Secondo Greenpeace rispetto a due anni fa, quando l'associazione lanciò ha la campagna "Tonno in trappola" , la situazione non è molto migliorata. "Nulla ci viene detto sull'origine del tonno che è stato messo in scatola o su come è stato pescato - denuncia Greenpeace - molti consumatori non sanno che la pesca sconsiderata con i FAD, oggetti galleggianti che attirano gli esemplari giovani, sta distruggendo l'ecosistema marino e mettendo a rischio diverse specie marine, tra cui anche tartarughe e squali".
 


E' la conserva ittica più venduta sul mercato mondiale, ma l’industria del settore non rispetta l'ecosistema e fornisce poche informazioni in etichetta. Lo dimostra un'indagine dell'associazione ambientalista
di MONICA RUBINO

FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2011/11/23/news/cosa_c_nella_scatoletta_greenpeace_d_il_voto_al_tonno-25453832/?ref=HREC2-11


ricercato da Stasi Domenico
 

Se ti sei messo al computer per scoprire come risalire al proprietario dalla targa di un’automobile, ho due notizie da darti, una buona e una cattiva. Quella buona è che esiste un modo per riuscirci tramite Internet, quella cattiva è che non è gratis.
Il sito dell’Automobile Club d’Italia permette di effettuare delle ricerche nel Pubblico Registro Automobilistico (PRA),che comprende tutti i “beni mobili registrati” secondo le norme previste dal codice civile, ma per usufruire del servizio bisogna fare un piccolo versamento di 5,62 euro. Se sei interessato alla cosa, ecco come funziona.

Se vuoi scoprire come risalire al proprietario dalla targa tramite Internet, collegati al sito Internet dell’Automobile Club d’Italia e compila tutti i moduli che ti vengono proposti: in quello Dati del richiedente devi inserire i tuoi dati anagrafici, in Dati per la fatturazione devi digitare la tua partita IVA (se ne hai una) e i dati per la fatturazione del servizio, mentre in Dati veicolo va la targa del veicolo.Il versamento di 5,62 euro al sito va effettuato tramite carta di credito (trovi la lista di tutte le carte di credito supportate nel sito stesso). Il servizio è completamente legale in quanto il Pubblico Registro Automobilistico (PRA) è un registro pubblico in cui vengono effettuate le iscrizioni, le trascrizioni e le annotazioni relative agli autoveicoli, ai motoveicoli e ai rimorchi.

Se non hai una carta di credito, o comunque preferisci non rivolgerti ad Internet per risalire al proprietario dalla targa, puoi rivolgerti all’Ufficio Provinciale ACI del Pubblico Registro Automobilistico, oppure ad un’agenzia di pratiche auto (es. una delle delegazioni ACI).
In quest’ultimo caso, le cifre del servizio possono variare, ma stai sicuro che saranno sempre superiori ai 5,62 euro chiesti dal sito Internet dell’Automobile Club d’Italia. A te la scelta.
ricercato da Stasi Domenico
Fonte: http://aranzulla.tecnologia.virgilio.it/come-risalire-al-proprietario-dalla-targa-18382.html#ixzz1eFkFuOMr




Lo studente disabile lasciato ingiustamente senza insegnante di sostegno va risarcito: lo stabiloscono due sentenze del Tar della Campania e della Sardegna. Mentre in diverse scuole della provincia di Belluno manca personale per l'assistenza ai disabili, e si chiedono contributi alle famiglie. Approfondisci



ricercato da Stasi Domenico


fonte:http://www.cittadinanzattiva.it/notizie/scuola.html


La VI Sez. Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza del 6/10/11, si è pronunciata sulla configurabilità del reato di cui all'art. 340 c.p. (Interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessita') per il medico "ritardatario". Lo stralcio





ricercato da Stasi Domenico


fonte:http://www.cittadinanzattiva.it/notizie/giustizia.html


Il dato viene dall’Istituto superiore di sanità che ha presentato ieri i risultati di uno studio su 44 siti italiani inquinati da varie sostanze. Ma gli scienziati avvertono: una correlazione diretta tra mortalità e inquinamento c’è solo per l’amianto.

09 NOV - Si chiama “Sentieri” ma non è una serie televisiva o il titolo di una canzone. E’ un acronimo sotto il quale si cela lo  “Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento”.  L'afflato poetico di questa sigla appare tuttavia poco consono al tema e soprattutto alle evidenze emerse dallo studio presentato ieri a Roma dall’Istituto superiore di sanità nel corso del 35° congresso annuale dell’Associazione italiana di epidemiologia.
Lo studio, durato cinque anni, ha analizzato il rischio per la salute della popolazione residente in 44 siti contaminati per i quali sono state avviate, in alcuni casi concluse e, comunque previste, le bonifiche ambientali.

“Sentieri conferma i risultati di alcune precedenti indagini relative alla mortalità nelle aree ad elevato rischio di crisi ambientale”, ha detto Enrico Garaci, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, “mostrando che lo stato di salute delle popolazioni residenti nei siti esaminati appare risentire di effetti avversi più marcati rispetto alle regioni di appartenenza. Deve essere tuttavia sottolineato il fatto che le cause di morte studiate, con rare eccezioni, riconoscono una molteplicità di fattori causali, peraltro non tutti noti”.
In particolare, “la mortalità osservata nei siti contaminati è risultata del 15% più elevata di quella media regionale per le cause di morte correlate al rischio ambientale”, ha continuato Garaci, “ma sarebbe fuorviante e scientificamente poco valido affermare che ogni incremento della mortalità osservato possa essere attribuito all’inquinamento in uno specifico sito. Per questa ragione, in molti casi, gli elementi emersi dallo studio hanno condotto i ricercatori a formulare raccomandazioni per ulteriori studi di approfondimento”.
I risultati della ricerca saranno condivisi con i ministeri della Salute e dell’Ambiente, le Regioni, le ASL le ARPA, i Comuni interessati, che sono i principali interlocutori e destinatari della ricerca. Per realizzare questo studio, infatti, è stato messo a punto un complesso sistema di analisi che tiene conto delle tate variabili che possono concorrere a causare una malattia.

“La correlazione è certa però solo nel caso del mesotelioma pleurico da amianto. Per le altre malattie l’ambiente è uno dei fattori che ha concorso all’insorgenza della patologia”, ha spiegato Pietro Comba, direttore del Reparto di Epidemiologia Ambientale dell’Istituto Superiore di Sanità, rilevando che “lo studio ha mostrato un eccesso di mortalità complessivo di circa 1200 casi l’anno, particolarmente evidente nei siti inquinati dell’Italia Meridionale”.
Secondo lo studio, infatti, nei siti contaminati da amianto è stata osservata una mortalità per il  tumore maligno della pleura (tipica lesione da amianto) di circa 400 casi in eccesso rispetto a quelli attesi, a conferma del rapporto causale certo tra l’agente inquinante e la patologia.
Sono state esaminate globalmente 63 cause di morte nella popolazione residente, tenendo conto della letteratura scientifica internazionale e delle condizioni socio-economiche dei comuni in esame, mettendo a punto un metodo che tiene conto delle complessità e delle specificità ambientali
 “Nei poli petrolchimici si sono osservati eccessi di morte per tumore polmonare e per malattie respiratorie non tumorali. Per questo dato l’attribuzione alla contaminazione ambientale pur non essendo certa risulta probabile”, ha spiegato ancora Comba, “sulla base della conoscenza degli specifici siti considerati sono stati inoltre individuati incrementi localizzati di mortalità per malformazioni congenite, malattie renali, malattie neurologiche e oncologiche riconducibili, sempre con criteri probabilistici, alle specifiche emissioni considerate. Altri dati significativi riguardano l’incremento di mortalità per linfomi non Hodgkin nei siti contaminati da PCB, mentre nei siti contaminati da piombo, mercurio e solventi organoclorurati è stato osservato un aumento delle malattie neurologiche”.

Un grado di approfondimento simile sul rischio per la salute all’esposizione ambientale è stato inoltre apprezzato anche a livello europeo.
“Questo studio ci ha consegnato uno strumento importantissimo per identificare le priorità sanitarie del risanamento ambientale, ed è molto significativo che questo progetto scientifico  nasca da una strategia voluta dalle Istituzioni proprio a tutela della salute  collettiva», ha affermato Loredana Musmeci, Direttore del Dipartimento ambiente e Connessa prevenzione primaria, rilevando che «il nostro studio è risultato così innovativo, e così scientificamente rilevante che, anche a livello internazionale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ritenuto di adottare l’approccio metodologico da noi scelto per applicarlo a livello europeo. E’ la prima volta, infatti, che riusciamo ad avere una conoscenza sistematica a livello nazionale della mortalità connessa alle esposizioni ambientali nei siti inquinati italiani”.
Gli sviluppi di “Sentieri”, in parte avviati nell’ambito di un progetto CCM del ministero della Salute, prevedono l’analisi dei ricoveri ospedalieri, dei dati provenienti dai Registri tumori e dai Registri malformazioni congenite nei siti inquinati, per considerare anche le malattie a bassa letalità. “Sentieri” è coordinato dall’Iss, in collaborazione con l’Università di Roma La Sapienza, il Centro europeo  ambiente e salute OMS, il Dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario regionale del Lazio e l’Istituto di fisiologia clinica del CNR, nell’ambito del Programma nazionale strategico “Ambiente e Salute” promosso dal ministero della Salute.

 




Fonte ©Riproduzione:http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=5990




I cani randagi in Italia sono circa 600mila, di cui un terzo nei canili. Un business che il ministero valuta sui 100 milioni di euro l'anno, ma che la Lav stima al doppio. Una rete di "prigioni" fuorilegge e spesso controllate dalle mafie dove 'il migliore amico dell'uomo' è ammassato, malnutrito, maltrattato; e da dove a migliaia partono per il Nord Europa per trasformarsi in cavie o animali da pelliccia


IL CASO  1 di MARINA CAVALLIERI

Il business dei cani randagi
pagato con i soldi pubblici

Per ogni animale accalappiato e chiuso in un canile il comune di riferimento spende dai trecento ai mille euro l'anno. Ma nella gran parte dei casi questo flusso di denaro non evita che i cani siano malati, malnutriti, stipati in gabbie sovraffollate. E che alimentino un traffico imponente di finte "adozioni" che li deporta sui tavoli della sperimentazione del Nord Europa, come ha denunciato il portale "il respiro.eu"

ROMA - Vengono reclusi in strutture fatiscenti, maltrattati e dimenticati, a volte trasferiti clandestinamente in altri Paesi per finire nei laboratori della ricerca, oppure trasformati in cibo in scatola o pellicce. È il business del randagismo, l'affare dei canili, un traffico che si svolge con pochi controlli. È una storia dove s'intrecciano sperpero del denaro pubblico, malasanità, criminalità organizzata. Dove gli interessi in gioco sono più alti di quanto non si sappia e la legge viene sistematicamente ignorata. Alla fine il silenzio conviene a tutti. Sindaci, polizia, giudici, medici della Asl. Tutti complici, a volte senza neanche saperlo. È l'Italia dei canili, un paese degli orrori.

Quanti sono i cani randagi e quelli nei canili e quanto costa allo Stato mantenerli? In tasca di chi vanno i soldi? E quanti animali dietro finte adozioni finiscono all'estero in una tratta illecita? Il business del randagismo e dei canili viene valutato intorno ai 200 milioni, anche se l'ultimo rapporto "Zoomafia" stima il giro complessivo del traffico di cani 500 milioni di euro. Valutazioni realistiche stimano i cani vaganti 600 mila, di cui 200 mila ricoverati nei canili, per ogni cane rinchiuso il comune di appartenenza spende dai 300 ai 1000 euro l'anno. Una spesa significativa che però non mette gli animali al sicuro. Il canile non sempre è l'ultima tappa.

Il traffico e le finte adozioni L'ultima denuncia parla di un traffico di cani e gatti all'estero, esportazione illegale mascherata da finte adozioni. Gli animali finiscono nei laboratori della sperimentazione, come cibo in scatola per i loro simili più fortunati, per fornire pellicce. É la denuncia che arriva dal portale "ilrespiro.eu", dove la giornalista Margherita D'Amico ha condotto un'inchiesta che dà corpo a dubbi e sospetti che da tempo si rincorrono. "Un processo che avrà inizio il 19 dicembre a Napoli sul traffico di cani e gatti da Ischia in Germania costringerà a non ignorare questa realtà agghiacciante", dice D'Amico. "Spediti in carichi su furgoni, station wagon, oppure affidati ai cosiddetti "padrini di volo", cani e gatti randagi provenienti dall'Italia, ma anche da Spagna, Grecia o Turchia, confluiscono ogni anno nei paesi del nord Europa, in Germania arrivano dai 250 ai 400 mila cani".

Nell'inchiesta è citata la testimonianza di Enrica Boiocchi, vicepresidente del Gruppo Bairo, associazione molto attenta all'argomento: "Finché non vedi con i tuoi occhi non capisci. Partecipai al fermo di un carico al confine con la Svizzera: un trasportino per gatti di quelli piccoli, di stoffa, ne conteneva nove. I cani, come di prassi in queste spaventose spedizioni, erano sedati, imbambolati, nemmeno si tenevano seduti. Ogni giorno mezzi carichi di questi sventurati passano la frontiera svizzera, li vediamo, eppure non li ferma nessuno". Stipati nelle gabbie all'interno dei veicoli, gli animali attraversano l'Italia e oltrepassano i controlli superficiali. Si tratterebbe un giro di denaro enorme.

"Sono finita in questa voragine a metà degli anni 90", racconta al sito ambientalista Francarita Catelani, fondatrice di UNA-Uomo Natura Animali Cremona. "Dal napoletano ci segnalarono che la titolare di un'associazione tedesca stava partendo con un carico di cani. Furono prima fermati a Barberino del Mugello, ma la Asl li lasciò passare. Poi, a Como, lo stop. Il capo veterinario della Asl di Como capì. Redasse tre verbali e il giorno dopo il furgone fu scortato fino all'imbocco dell'autostrada per Caserta". Ma la vicenda di Como non è l'unico caso di intervento delle forze dell'ordine. "Un paio d'anni fa ad Ancona sono stati bloccati 102 cani provenienti dalla Grecia. C'è stato un fermo ad Arezzo sei anni fa, e ancora a Padova. E a Verona, nel 1995, si aprì un'indagine per verificare nomi e indirizzi a cui erano stati dati in adozione 100 cani. Risultarono tutti falsi, dal primo all'ultimo". Ci sono poi le denunce dell'Enpa, sezione di Perugia, contro 40 cani di un canile umbro adottati in Germania. C'è infine il caso di Ischia.

"Un piccolo gruppo di volontari di Ischia per anni si oppone alle massicce esportazioni organizzate dal canile di Forio. Solo nel 2006, a suon di denunce, gli animalisti riescono a ottenere il fermo di un furgone e l'avvio di un'indagine assai accurata da parte della Procura di Napoli condotta dal pm Maria Cristina Gargiulo, che si serve anche di intercettazioni telefoniche", racconta D'Amico. La fase preliminare dell'inchiesta si conclude con il rinvio a giudizio di cinque imputati per maltrattamento di animali, falsità ideologica e materiale, associazione per delinquere finalizzata all'illecito traffico di esseri senzienti. "Nel frattempo, però, il rifugio di Forio è stato ceduto alla Pro Animale Fur Tiere in Not e. V. con sede in Germania che ha 32 punti di raccolta e smistamento di cani e gatti in tutta Europa. Le spedizioni di animali vengono ufficialmente interdette solo nell'estate 2011, in attesa degli esiti del processo che avrà inizio presso il Tribunale di Napoli fra poco più di un mese".

Adozioni all'estero fittizie, sulle quali dovrebbero vigilare le Asl. "É attraverso i loro registri, infatti, che scorrono a centinaia, migliaia, le pratiche. Come non insospettirsi davanti alle stesse persone che richiedono venti, trenta, cinquanta lasciapassare per volta?".

I canili, l'orrore dietro l'angolo. Ma qualsiasi mercato illecito è possibile perché i canili italiani vengono gestiti senza controlli. Se il traffico verso l'estero può essere il caso limite, c'è poi l'indifferenza di tutti che rende possibile il degrado quotidiano. "Feriti, affetti da patologie e infezioni, malnutriti, relegati in spazi angusti e sovraffollati, trascurati e soli: questo lo stato in cui versano i "migliori amici dell'uomo" in molte strutture, pubbliche e private". Questo è scritto in un documento del Ministero della Salute che ha diffuso recentemente un video dei canili peggiori d'Italia, girato durante le ispezioni di 39 strutture da parte della task force per la tutela degli animali. Il filmato è visibile sul sito www.salute.gov.it. "I canili sono un sistema che serve a far soldi. La legge diceva che andavano creati dei rifugi e i canili dovevano rimanere solo come presidi sanitari e luoghi di transito. Così non è stato", spiega Rosalba Matassa, a capo della squadra formata da nove veterinari e due amministrativi.

"Dove nasce il business? I comuni invece di creare canili municipali stipulano convenzioni con società private, spesso sono aste al ribasso, anche solo 50 centesimi al giorno per ogni cane. Fatto l'accordo, nessuno controlla. Il sindaco ha la tutela dei cani, quindi è il responsabile ma non risponde mai di fatto e noi non abbiamo il potere neanche di infliggergli una multa". La mappa del degrado attraversa tutta l'Italia, al Sud la situazione è peggiore perché il business è in mano alla criminalità ma ogni regione ha i suoi scheletri, nel senso letterale. Solo nel 2011 sono stati fatti 6 sequestri. È stato chiuso il canile di Somma Lombardo dove tra i cani malnutriti c'era anche una gabbia con due tigri e altri animali esotici.

A Terni c'è stata un'ispezione dopo varie segnalazioni di maltrattamenti, una storia lunga e mai risolta, la Procura sta indagando. A Foligno segnalazioni per maltrattamenti. A Ceprano, Frosinone, il canile è sotto sequestro amministrativo. Chiuso Poggio Sannita: maltrattamenti. Aragona in Sicilia, una sorta di canile abusivo, senza legge e senza controlli, un caso di cui si parla da anni, solo ora si sta svuotando. Chiuso definitivamente ad aprile dopo anni di battaglie il lager per definizione, quello di Cicereale, in Campania, diventato un caso nazionale. Dentro duemila cani, per ciascuno la famiglia Capasso percepiva due euro al giorno. Ci sono stati anni di battaglie giudiziarie prima della chiusura. L'unico caso in cui il ministero si è costituito parte civile. Nei casi di sequestri la situazione che si presenta è sempre la stessa: cani scheletrici, malati, nessuna sterilizzazione, spesso promiscuità, a volte morti. Tra i reati più frequenti riscontrati, frode, medicinali scaduti, esercizio abusivo della professione medica.

 

IL CASO  2 di MARINA CAVALLIERI

Cacciatori e vacanzieri, ecco l'identikit
di chi abbandona "il migliore amico"

Cacciatori e vacanzieri, ecco l'identikit di chi abbandona "il migliore amico"

Il trenta per cento degli abbandoni avvengono nel periodo della caccia, vittime i cani ritenuti non più abili. Il venticinque per cento d'estate, in concomitanza con le ferie. Da vent'anni esiste una legge, la 281, che vieta di sopprimerli e chiede di iscriverli a un'anagrafe canina e di dotarli di microchip, ma è largamente inapplicata 

ROMA - Intorno al business dei canili, a volte, si svolge una vera e propria guerra. "Avevo denunciato lo condizioni di un canile, mi hanno tagliato le ruote dell'automobile", dice una veterinaria che vive in Campania, "sono molte le strutture al Sud dove è difficile entrare e chi ci riesce per fare foto lo fa a proprio rischio". Le denunce sullo stato dei canili arriva dai volontari e dalle associazioni che sui siti, Facebook, YouTube, svelano le condizioni in cui vivono gli animali, è un esercito agguerrito, che combatte ogni battaglia a proprie spese, cure veterinarie, stalli, staffette per salvare gli animali più giovani o più malandati. S'incontrano su siti come www.cercapadrone.it o chiliamacisegua.it, l'agenzia Geapress, ma il muro di silenzio che circonda le loro denunce è più forte. "C'è nella Finanziaria del 2008 un articolo che stabilisce che le convenzioni possono essere stipulate solo con quei canili che consentono un'apertura al pubblico e ai volontari ma non viene rispettata perché le adozioni significherebbero una perdita economica", dicono le volontarie di Associzionecanililazio.

Ma perché ci sono tanti cani randagi e rinchiusi e che fine ha fatto la legge sul randagismo e le sterilizzazioni? L'esercito di cani che affolla i canili è infatti il risultato degli abbandoni e delle mancate sterilizzazioni. "Sono circa 135 mila i cani e i gatti che ogni anno vengono abbandonati, il 30 per cento degli abbandoni avviene durante il periodo della caccia, quando i cacciatori si liberano dei cani che non sono più abili, il 25 per cento avviene d'estate nel periodo delle ferie", calcola la Lav. I privati abbandonano i propri cani in mezzo alla strada, legati ai lampioni, o davanti ai canili, i comuni dall'altra parte non realizzano le anagrafi canine e le campagne di sterilizzazione, i cani così vagano fino a quando non se ne occupano le cronache, succede quando aggrediscono qualcuno. Quando uccidono. Dal 2005 al 2008 il ministero ha stanziato circa 16 milioni di euro per combattere il randagismo. Ma molte Regioni non hanno nemmeno chiesto i fondi.

La legge tradita "Dal 1991 esiste una legge, la 281, è una legge avanzata, stabilisce che i randagi non vanno soppressi, che deve esistere un'anagrafe canina, ogni animale deve avere un microchip per l'identificazione. Ma pochi comuni rispettano queste regole. Sono molte le norme disattese perché i reati che riguardano gli animali sono considerati da tutti di serie B", dice Rosalba Matassa. Disattese anche le ordinanze regionali. In Puglia, per esempio, esiste la norma per cui non ci possono essere più di 200 animali in ogni canile ma nessuno la rispetta. Il canile di Ostuni ne ha 1600, il Natura center di Cassano, ne ha 1400. Strutture che percepiscono somme ingenti. "Per combattere il degrado il randagismo è stato incluso nei piani di rientro di alcune regioni commissariate (Calabria, Molise, Campania) e quindi devono obbligatoriamente fare interventi, la gestione corretta dell'anagrafe canina adesso rientra nei Lea, livelli essenziali di assistenza".

Intanto il tempo passa, è un tempo sempre uguale quello nei canili, che siano quelli inaccessibili dell'Irpinia o quelli senza fondi da anni di Catania, il tempo scorre monotono tra le reti arrugginite, alcuni cani è possibile vederli girare in tondo, ossessivamente su se stessi. É così a Borgo Hermada, Latina, canile sequestrato e sempre lì come in quello di Domicella, Avellino, andava messo a norma, aveva 60 giorni di tempo, sono passati mesi.

LA STORIA

Finte adozioni da Ischia alla Germania
Così decine di cani sparivano nel nulla

Finte adozioni da Ischia alla Germania Così decine di cani sparivano nel nulla

L'isola di Ischia

A dicembre il via al processo contro i gestori del canile di Panza, sull'isola campana,  accusati di avere ideato un sistema di finti affidamenti di animali destinati invece alla sperimentazione

Avevano escogitato un metodo tanto efficace quanto terribile. Un finto sistema di adozioni attraverso cui decine di cani randagi venivano spediti da Ischia fino in Germania, la destinazione però non era un nuovo padrone ma un altro canile dove venivano sottoposti a sperimentazioni. Il sito web ilrespiro.eu racconta dell'accusa dei Pm napoletani ai danni degli ex responsabili del canile di Panza, sull'isola di Ischia, a processo dal prossimo 19 dicembre per maltrattamento di animali, falso ideologico e materiale e associazione per delinquere.

Il sistema era semplice. Secondo ilrespiro.eu nei moduli di richiesta delle adozioni venivano fatti firmare in bianco ai richiedenti più fogli di quanti ne fossero necessari. Firme utilizzate invece per compilare multiple, e false, richieste di affidamento che autorizzavano la partenza di decine di cani dal canile dell'isola. Una piccola percentuale dei quattrozampe finiva realmente nelle case di nuovi padroni, i restanti erano invece destinati a canili tedeschi.

Ad insospettire gli abitanti dell'isola, erano stati proprio i furgoni in partenza dal porto con all'interno decine di gabbie. Dubbi che avevano trovato un primo riscontro dalle indagini dei pm, che durante un controllo nel 2006 avevano scoperto che gran parte delle firme che accompavano le richieste di adozioni erano in realtà contraffatte.

I bonifici esteri. I cani venivano destinati a prestanome, cittadini tedeschi residenti in Italia, e poi inviati in aereo verso destinazioni sconosciute. Nelle successive indagini della procura, il sistema criminale aveva trovato nuovi riscontri, tra cui una serie di bonifici internazioni, dell'ordine di 10mila euro, ricevuti con cadenza regolare dalla fondazione che aveva in gestione il canile e che avevano fatto pensare che le somme potessero provenire dai reali destinatari degli animali. 

Oggi, ad essere rinviati a giudizio sono Ciro Pontone e la moglie Karin Mundt, che si occupavano di organizzare e gestire le adozioni verso la Germania, e Else Scheurlein e Jutta Heinemann, ex direttori del canile.
I NUMERI

Mezzo milione di cani senza padrone
Solo un quarto trova posto nei canili

Mezzo milione di cani senza padrone Solo un quarto trova posto nei canili
L'80% degli animali abbandonati perdono la vita in seguito ad incidenti stradali. Ma i canili non bastano, e fondi continuano a ridursi
135.000 Il numero di animali che vengono abbandonati ogni anno in Italia
80% La percentuale di animali abbandonati che perodno la vita in seguito ad incidenti stradali
1144 Il numero di canili e rifugi in Italia, nel 2006
590.549 Il numero di cani randagi
149.424 Il numero di cani randagi nei canili
2.604.379 Il numero di gatti randagi
4.271.578 II fondi stanziati nel 2005 dal Ministero della Salute contro il randagismo
3.086.085 Nel 2008
Fonti: Lav, Ministero della Salute







RECORD DI STRUTTURE IN PUGLIA

La ripartizione degli oltre mille canili sparsi lungo tutto il territorio italiano. In testa il 'tacco' d'Italia, con 134 strutture, seguita da Lombardia e Piemonte. L'unico canile valdostano è gestito (molto bene e con criteri d'avanguardia) dall'A.VA.P.A.

ricercato da Stasi Domenico
 fonte:http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2011/11/03/news/i_canili_dell_orrore-24347775/?ref=HREC2-2



Raccolta differenziata a Ruvo

Sono un cittadino residente a Ruvo di Puglia da molti anni e, con tutta la mia famiglia, sono un attento cultore della opportunità di fare la raccolta differenziata.
In queste ultime settimane i media sono molto occupati per le faccende dei rifiuti della Campania e di Napoli in particolare.
Leggevo e sentivo queste notizie con molto disagio perché io e tutti noi meridionali facevamo una gran brutta figura a livello nazionale . Molte volte ci trinceriamo dietro al meridionalismo , ai borboni , al basso livello culturale dei nostri concittadini e ad altre SCUSE  dello stesso tipo  per giustificare il nostro indecoroso comportamento rispetto al problema rifiuti, che diventerà sempre di più il PROBLEMA del futuro prossimo. 
Ma mi sentivo in qualche modo diverso dai campani perché sicuramente da noi in Puglia,  in particolare a Ruvo  e nel circondario ,ero convinto, la differenziata fosse  abbastanza alta , che ci fossero tante  discariche , che ci fossero  gli impianti per lo smaltimento ecc.
Infatti in Puglia non si sentono voci allarmate o allarmistiche su questo problema.
Per pura curiosità però sono andato a verificare su internet le statistiche della differenziata in Puglia , nella ATO BA1 (Ambiti Territoriali Ottimali …certe nomenclature fanno ridere) e di Ruvo in particolare (http://www.rifiutiebonifica.puglia.it)
Con mio sommo raccapriccio di cittadino della Puglia ho letto che in Puglia la differenziata  supera di poco il 15% , che nella ATO BA1 (Andria - Barletta - Bisceglie –  Canosa  - Corato - Molfetta - Ruvo di Puglia - Terlizzi - Trani-) si supera di poco il 18% mentre a Ruvo come a Terlizzi ( “nella medievale Ruvo di Puglia, si è imperturbabilmente, fermi ad un incredibile 0,2%” ..secondo un articolo di lega ambiente ) non si supera il 10% (dieci per cento!!!!) secondo le statistiche ufficiali della regione Puglia (sulla base di comunicazione dei Comuni!!!) .
Nel 2008 a Ruvo la percentuale di differenziata era 11,416 (Terlizzi 9,872%) quindi addirittura è diminuita!!!! .

RACCOLTA DIFFERENZIATA RUVO DEL 2008

Mese
Indifferenziata
Differenziata
Tot. RSU
Rif.Diff.
Prod. Procapite
Kg.
Kg.
Kg.
%
Kg. al Mese
Gennaio
873.220,00
71.120,00
944.340,00
7,53
36,43
Febbraio
758.420,00
132.550,00
890.970,00
14,88
34,37
Marzo
873.090,00
103.800,00
976.890,00
10,63
37,68
Aprile
800.230,00
112.520,00
912.750,00
12,33
35,21
Maggio
831.600,00
118.100,00
949.700,00
12,44
36,63
Giugno
791.800,00
93.780,00
885.580,00
10,59
34,16
Luglio
813.680,00
107.160,00
920.840,00
11,64
35,52
Agosto
759.740,00
114.580,00
874.320,00
13,11
33,73
Settembre
774.140,00
92.640,00
866.780,00
10,69
33,44
Ottobre
806.712,00
102.920,00
909.632,00
11,31
35,09
Novembre
788.180,00
97.400,00
885.580,00
11
34,16
Dicembre
819.010,00
102.220,00
921.230,00
11,1
35,54
TOTALE
9.689.822,00
1.248.790,00
10.938.612,00
11,416
35,162


In tre anni niente è accaduto per migliorare questa percentuale anzi tutto è stato fatto o non fatto  per diminuirla.

RACCOLTA DIFFERENZIATA RUVO 2010

Mese
Indifferenziata
Differenziata
Tot. RSU
Rif.Diff.
Prod. Procapite
Kg.
Kg.
Kg.
%
Kg. al Mese
Gennaio
857.750,00
102.860,00
960.610,00
10,71
37,05
Febbraio
738.470,00
79.020,00
817.490,00
9,67
31,53
Marzo
838.570,00
88.260,00
926.830,00
9,52
35,75
Aprile
852.730,00
92.120,00
944.850,00
9,75
36,45
Maggio
877.780,00
91.660,00
969.440,00
9,45
37,4
Giugno
841.330,00
100.320,00
941.650,00
10,65
36,32
Luglio
869.740,00
100.240,00
969.980,00
10,33
37,42
Agosto
825.020,00
87.540,00
912.560,00
9,59
35,2
Settembre
840.840,00
97.480,00
938.320,00
10,39
36,2
TOTALE
7.542.230,00
839.500,00
8.381.730,00
10,016
35,924



Ma, qualche amministratore , qualche ente, qualche consigliere comunale, qualche politico , qualche funzionario della regione, si è reso conto di ciò ? Ha cercato di capire le ragioni, ha fatto interventi per recuperare la situazione e per migliorarla?.
Noi cittadini di Ruvo abbiamo fatto qualcosa?

A Corato negli stessi anni si è passati dal 17,645 al 22,042%, a Molfetta dal 24,511 al 32,620 % perché, come ???

A Salerno si è raggiunto l’obiettivo del 72% perché, come???

Non sto  qui a soffermarmi sulla correttezza delle statistiche ufficiali rispetto a quelle riportate da lega ambiente ;è  perfettamente inutile perché anche se quella ufficiale fosse vera il 10% (dieci %!!!!) è una percentuale bassissima siamo al livello di Napoli.

Ho avvertito una profonda rabbia, una infinita vergogna personale perché cittadino di una comunità (amministrazione e cittadinanza) che non si interessa e non è capace di gestire uno dei problemi fondamentali della società di oggi.
A mia conoscenza non c’è stata nessuna iniziativa ( che avrebbe anche costi bassissimi) per educare, incentivare, coinvolgere, convincere la cittadinanza a effettuare la raccolta differenziata.
La colpa non è dei cittadini che non effettuano la raccolta differenziata ma degli amministratori che non li educano, non li incentivano, non li puniscono per convincerli a fare la raccolta differenziata.

Un esempio banalissimo: basterebbe evidenziare  all’esterno del comune la percentuale di differenziata raggiunta per avviare una presa di coscienza nella cittadinanza del grave problema.
Non voglio ora qui dare indicazioni sulle semplici e banali altre iniziative che un’amministrazione seria ed efficiente potrebbe intraprendere,  ma vorrei solo  trasferire  ai miei  concittadini  un  concetto:
“ purtroppo non possiamo più essere assenti su questi grandi temi che ci coinvolgono o coinvolgeranno pesantemente , che le barricate non dobbiamo farle quando dovranno fare nuove discariche vicine ai nostri paesi, o nel parco dell’alta murgia ma le barricate vanno fatte ora, chiedendo conto ai nostri amministratori del loro operato punendoli qualora non siano stati efficienti, partecipando attivamente e aiutando quanti si impegnano seriamente su questo tema” .
Ho letto di grossi contrasti e inefficienze e ritardi politici per la realizzazione “del piano d’ambito” (???) della nostra ATO (Ambiti Territoriali Ottimali!!!!) ma non posso discutere di questo tema che non ho approfondito ma  sicuramente oltre che l’impiantistica necessaria  è ora  importantissimo almeno educarci a fare la differenziata .
Scopro sempre tramite internet che presso il Comune di Ruvo si è avviato un progetto:
“”Il giorno 16/09/2010 alle ore 17.30 presso la sala conferenze dell'ex Convento dei Domenicani a Ruvo di Puglia in via Madonna delle Grazie sarà presentato il progetto E.R.M.E.S. (EDUCAZIONE RIUTILIZZO MONITORAGGIO per una ECONOMIA SOSTENIBILE).
Questo progetto, che interesserà, oltre a Ruvo di Puglia, i comuni di Andria, Corato eTrani, avrà la finalità di integrare azioni di formazione, aggiornamento e comunicazione rivolte agli operatori commerciali dei rispettivi centri storici per promuovere la raccolta differenziata dei rifiuti e sensibilizzare gli stessi operatori alle tematiche della sostenibilità ambientale nelle attività produttive.
Finanziato dalla Regione Puglia, il progetto ERMES rientra in uno degli obiettivi strategici del POR Puglia FSE 2007-2013 (qualificazione ambientale), collocandosi in continuità con le disposizioni comunitarie e nazionali che si ispirano al principio dello sviluppo sostenibile.””

Quale seguito? Quali i fatti????
Io ora cercherò nel mio piccolo , ma dovremmo farlo in tanti,  la strada per un impegno personale su questo tema. Spero di trovarla.

Matteo Procacci


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